Davvero possiamo eliminare la parafrasi delle poesie?

Sempre più spesso si levano voci di condanna contro la parafrasi, considerata una prassi scolastica ormai obsoleta. Ma davvero possiamo farne a meno?

DIBATTITISTUDIO DELLA LETTERATURA ITALIANA

Carla Lattanzi

2/25/20264 min read

Pagine social che si occupano di letteratura, docenti nelle riunioni di dipartimento, giornalisti, persone che commentano sul web... non dirò un coro, perché ognuno ha le sue motivazioni e i suoi distinguo da fornire, ma di sicuro un consistente numero di soggetti sta suggerendo con insistenza un nuovo credo: basta con le parafrasi!

Sono "prassi estenuanti", "gli studenti le odiano", "basta cogliere il senso complessivo del testo", "chi le capisce più, con la povertà lessicale che c'è"... e via almanaccando.

Da un anno e mezzo ormai sto animando pagine social con le mie "Capsule di Letteratura" e talvolta, sul mio canale YouTube, su Instagram e Tik Tok, ho proposto lettura e parafrasi di testi poetici. Con risultati sorprendenti.

Ma i "pubblici" di riferimento sono diversi. Proverò a fare ordine e a ipotizzare una mia proposta. Innanzitutto distinguiamo il "pubblico", perdonatemi il termine, scolastico, cioè la platea degli studenti e delle studentesse che ogni mattina siedono tra i banchi di scuola superiore, e il "pubblico" degli adulti.

Parte1: gli studenti e le studentesse. Per quanto riguarda gli studenti, non si può negare che per molti di loro la parafrasi passo passo di un testo poetico antico sia diventata insostenibile. Persino quando si studia la Divina Commedia, da sempre in cima alle loro preferenze per il fascino eterno di Dante, loro vorrebbero solo capire in generale di che si parla nel canto; vorrebbero restare affascinati dal solo racconto, senza doversi misurare con il testo. Il docente che si avventura nella spiegazione delle frasi di Francesca da Rimini o di Ulisse, osserva 4-5 alunni che armati di matita prendono appunti accanto ai versi di Dante. Gli altri tengono gli occhi sul libro (e chissà se stanno davvero seguendo), oppure guardano altrove, persi nei loro pensieri. Fino a due-tre anni fa tutta la classe prendeva appunti. Anche alle medie. I tempi stanno cambiando.

Che fare quindi? Rinunciare al testo, raccontare di Francesca e Paolo (sì, mi piace invertirli), di Ulisse, di Farinata e intavolare un dialogo con loro sui valori portati da questi personaggi, sull'attualità del messaggio di Dante? Lasciare andare il testo al suo destino?

Certo, un docente che faccia questa scelta si ritroverà ad essere più popolare. Tuttavia sarebbe come dichiarare la morte della letteratura. Io credo fermamente che la letteratura si debba studiare sui testi. Senza capire le parole scritte da Dante, come posso pensare di "riassumere" il suo messaggio? Ai miei tempi tanti versi si imparavano a memoria, e ancora oggi mi risuonano spesso in testa le parole poetiche dei nostri grandi scrittori, e ogni volta, misurandole con la realtà che vivo, ci scopro un risvolto nuovo, che prima non mi era apparso. Come potranno i nostri studenti dire di conoscere la letteratura italiana, se hanno ascoltato solo riassunti, senza essersi mai misurati con il testo originale? Potrebbero leggere il testo originale solo degli scrittori del Novecento, a patto che non siano troppo complicati. Un D'Annunzio o un Quasimodo già creerebbero problemi. Resterebbe forse solo la prosa.

Non so, non voglio fare il "laudator temporis acti": come era bello prima, mentre adesso è tutto in malora. Non è così. Però dico: se a ogni misurazione internazionale delle competenze di lettura e comprensione del testo, l'Italia ottiene risultati miserevoli; se possiamo toccare con mano che i nostri giovani si esprimono con 5-600 parole che per loro (non) bastano a esprimere ogni concetto, se siamo d'accordo che senza le parole il pensiero si impoverisce e inaridisce... siamo proprio sicuri che leggere Dante o Ariosto o Parini faccia così male a questi ragazzi?

Non ho la soluzione pronta. Provo a riflettere. Un'ipotesi potrebbe essere quella, avanzata anche da docenti universitari ben più preparati di me, di riassumere il contenuto del testo letterario prescelto e limitare la lettura a pochi passi significativi. Ma di questi passi, benché pochi, bisognerà comunque fare una parafrasi o almeno una spiegazione. Perché la nostra lingua letteraria, fino a Manzoni almeno, è alta, solenne, piena di latinismi, di riferimenti mitologici, di termini complessi. E per non buttare a mare secoli di cultura italiana, bisognerà spiegarla. Io non rinuncio.

Anche perché il confronto con altri patrimoni culturali, ad esempio quello visivo (quadri, affreschi, sculture, edifici storici) mi dice che le persone davanti a un'opera d'arte sono più consapevoli e ricordano meglio l'opera e il suo significato se qualcuno con competenza specifica glieli ha spiegati. E non vale solo per gli antichi. Anzi, talvolta il paradigma si inverte nell'arte visiva, e i contemporanei sono di più ardua decifrazione. Ricordo in gioventù di aver ridacchiato per anni alla visione dell'"Albero" di Mondrian, pensando tra me e me, come molti, "vabbè questo lo sapevo fare pure io". Mi capitò di assistere a una conferenza in cui un giovane professore di arte (non ricordo di quale Università) spiegò con passione l'evoluzione dei dipinti sull'albero e del "pensiero" pittorico di Mondrian. Ne rimasi abbagliata, vergognandomi parecchio per aver pensato per anni che qual quadro fosse un'opera insignificante.

Parte2: gli adulti. Tutt'altra storia invece con le persone adulte. E qui si arriva a uno dei motivi che mi hanno spinto a promuovere il mio progetto "Capsule di Letteratura". Gli adulti, non tutti ovviamente, hanno fame di letteratura e di poesia. Nei commenti sotto ai miei reel o caroselli, nei messaggi diretti che mi arrivano sui social, leggo spessissimo "ah quanto mi mancava questa spiegazione"; "adesso finalmente ho capito", "perché a scuola nessuno me lo ha spiegato così"...eccetera. Le persone si sentono a proprio agio, non perché i loro docenti a suo tempo non spiegarono bene, ma perché oggi vogliono quella spiegazione, che ai tempi di scuola dovevano subire, pensando magari all'interrogazione che ne sarebbe seguita. Quello che mi ha insegnato questo anno e mezzo di letteratura sui social è che comunque tante persone adulte, anche grandi anziani, hanno piacere di riscoprire contenuti letterari e gradiscono anche la parafrasi. Il contenuto più cliccato sul mio canale YouTube è la parafrasi di "A Silvia" di Giacomo Leopardi. "Saranno studenti in vena di ripasso per l'interrogazione", penserete voi. Ma YouTube fornisce i dati di coloro che guardano il video. Non i nomi, certo, ma l'età e il sesso sì. E, sorpresa, i miei utenti sono per gran parte over 45, divisi piuttosto equamente tra uomini e donne. Per quanto mi riguarda, voglio leggere questo dato così: la parafrasi, per le persone appassionate di letteratura italiana, ha ancora un senso. Chi si accontenta dei riassunti, faccia come vuole. Ma chi vuole abolire le parafrasi, lasci lavorare chi ancora crede nella loro utilità.

Studente con le mani tra i capelli in segno di frustrazione; intorno libri aperti e chiusi
Studente con le mani tra i capelli in segno di frustrazione; intorno libri aperti e chiusi